La neurologia è la branca della medicina che studia l’anatomia, la fisiologia e la patologia del sistema nervoso. Le malattie neurologiche comprendono essenzialmente i disturbi che colpiscono il sistema nervoso centrale (sclerosi multipla, malattie cerebrovascolari, malattie neurodegenretaive, patologie infiammatorie-infettive, demenze o deterioramento cognitivo, ecc..) e il sistema nervoso periferico (polineuropatie, miastenia, miopatie).

La rilevanza di queste patologie, anche in relazione ai loro costi sociali ed emotivi, è molto importante: il solo morbo di Alzheimer colpisce in Italia circa 700.000 persone, con 80.000 nuovi casi stimati ogni anno. In questa sezione si vogliono descrivere alcune patologie inerenti a questa vasta branca della medicina, unitamente al loro trattamento.

Con il termine Declino cognitivo si suole indicare una sindrome clinica, acquisita o di natura organica, caratterizzata dalla perdita delle funzioni cognitive, tra cui la memoria (a breve e a lungo termine) e una delle attività mentali primarie (il pensiero astratto, la capacità di critica, il linguaggio, l’orientamento), senza alterazioni della coscienza, e di entità tale da interferire con le usuali attività sociali e lavorative del paziente.

Tale condizione è spesso irreversibile e progressiva ed è la conseguenza di un danno cerebrale che può instaurarsi in modo acuto (come accade dopo un evento ischemico o un Ictus cerebrale) oppure accumularsi gradualmente nell'arco di decenni e iniziare a rendersi evidente quando viene superata una certa "soglia", oltre la quale le parti del cervello ancora sane non sono più in grado di compensare le funzioni cognitive venute meno a causa delle lesioni.

In questo secondo caso, si parla più precisamente di declino cognitivo associato all'invecchiamento (Demenza senile), che può essere lieve e abbastanza ben gestibile per diversi anni oppure rappresentare la prima fase di una degenerazione neuronale che porterà a una demenza più severa nell'arco di poco tempo. Il disturbo neuro cognitivo/demenza si instaura quando al fisiologico impoverimento cerebrale (riduzione del numero di cellule nervose e ridotta efficienza del metabolismo delle cellule neuronali), si sommano fattori dannosi aggravanti quali, per ad esempio, processi patologici di diverso tipo (produzione di composti tossici endogeni, alterazioni della circolazione cerebrale ecc.), traumi accidentali (in particolare, forti colpi alla testa, soprattutto se ripetuti) o insulti tossici da parte di sostanze o farmaci attivi sul sistema nervoso centrale (alcol, droghe d'abuso, ipnotici, neurolettici ecc.). I principali sintomi associati a un declino cognitivo comprendono:

- iniziali difficoltà nel ricordare fatti avvenuti da pochi giorni, settimane o mesi o nel trattenere nuove informazioni;

- difficoltà di concentrazione/facile distraibilità durante la lettura, la visione di un film, la conversazione etc;

- difficoltà nel prendere decisioni che prima non creavano problemi, nel pianificare attività mediamente complesse, nel comprendere/seguire istruzioni (ad es., per esempio, sul funzionamento di un elettrodomestico);

- occasionali momenti di spaesamento mentre si è fuori casa;

- maggior tendenza ad avere reazioni impulsive;

- depressione o perdita di interesse nelle attività abituali;

- ansia e/o irritabilità;

- comparsa di disturbi del sonno (insonnia o aumento del bisogno di dormire).

Per essere indicativi di malattia, questi sintomi devono avere un'intensità tale da creare un certo disagio nella vita quotidiana (ma senza compromettere l'autonomia della persona interessata) e persistere nel tempo, senza essere giustificati da cause specifiche, come per ad esempio una malattia, l'assunzione di particolari farmaci o sostanze (alcolici ecc.), uno stato di debilitazione psicofisica o un eccessivo stress in ambito familiare o lavorativo.

Le principali forme di disturbo neurocognitivo che possono insorgere con l'avanzare dell'età sono:

- Disturbo neurocognitivo lieve

- Disturbo neurocognitivo dovuto a malattia di Alzheimer

- Disturbo neurocognitivo vascolare (Demenza vascolare)

- Disturbo neurocognitivo dovuto a malattia di Parkinson

- Demenza con corpi di Lewy

Trattamenti consigliati:

Per cercare di mantenere migliori prestazioni intellettive più a lungo, la prima regola è la Prevenzione: in tal modo sarà possibile agire sul fronte dei fattori di rischio, riducendone l'impatto negativo attraverso buone regole di vita (alimentazione equilibrata, attività fisica regolare; pochi alcolici; niente fumo; controllo del peso corporeo) e terapie mirate (soprattutto, in caso di ipertensione, ipercolesterolemia e diabete).

Altre strategie preventive preziose consistono nel mantenersi mentalmente attivi (leggendo, frequentando mostre, cinema e teatri, usando dispositivi tecnologici ecc.) e nel dedicarsi ad attività interattive a livello familiare e sociale (occuparsi dei nipotini, dedicarsi ad attività di volontariato, seguire corsi di qualunque tipo, organizzare feste e viaggi di gruppo ecc..).

Purtroppo, nonostante intense ricerche, a oggi, ancora mancano terapie realmente efficaci in grado di arrestare l'evoluzione del declino neurologico e cognitivo una volta che si è instaurato. Tuttavia, esistono alcuni interventi farmacologici e di neuroriabilitazione specialistica che, se intrapresi in fase precoce, possono aiutare a rallentare la progressione del disturbo neurocognitivo, permettendo alla persona interessata di mantenersi autonoma più a lungo.

Studi clinici hanno inoltre confermato che anche il trattamento con nutraceutici come quelli a base di sostanze antiossidanti, neurotrofiche e antidepressive sono risultate efficaci nel rallentare i processi di invecchiamento e di declino del sistema nervoso centrale. Una delle possibili cause d'insorgenza di declino cognitivo è una scarsa perfusione ematica a livello cerebrale; ciò potrebbe dipendere da eventi traumatici e/o patologici (Ischemia, Ictus, Aterosclerosi,ecc..), oppure da un fisiologico impoverimento della circolazione cerebrale. Con l'avanzare dell'età difatti si assiste ad una riduzione della produzione di Ossido Nitrico (NO), uno dei principali composti vasodilatatori prodotti dal nostro organismo [1]. La diminuita disponibilità di ossido nitrico provoca vasocostrizione e riduzione della perfusione locale.

Il ridotto apporto di sangue al cervello, causa a sua volta un deficit di ossigeno e nutrienti (soprattutto Glucosio) e quindi la compromissione delle funzioni cognitive. La L-Citrullina, in virtù delle sue note proprietà antiossidanti [2], e grazie alla sua capacità di stimolare la produzione di Ossido Nitrico (NO) [3], protegge il tessuto cerebrale dai danni indotti dai Radicali liberi e assicura un'ottimale perfusione ematica a livello cerebrale, configurandosi come un aiuto prezioso per prevenire e/o rallentare il decadimento cognitivo legato all'invecchiamento.

Oltre a difetti nei meccanismi di produzione dell'NO, un altro fattore di rischio per l'insorgenza di demenza è la presenza di elevate concentrazioni plasmatiche di Omocisteina (Iperomocisteinemia), un amminoacido che si forma a partire dalla Metionina, amminoacido normalmente assunto con l'alimentazione. Elevati livelli di Omocisteina influenzano negativamente le funzioni del sistema nervoso mediante svariati meccanismi. La forte produzione di radicali liberi ed il conseguente stress ossidativo sono i più importanti; il danno endoteliale che ne consegue favorisce la formazione di trombi e quindi l’insorgenza di micro e macro infarti a livello cardiaco e cerebrale.

L’iperomocisteinemia entrando quindi nell’eziopatogenesi della patologia trombotica, influenza negativamente l’ossigenazione e quindi la funzione ed il trofismo neuronale. L’iperomocisteinemia, favorirebbe inoltre la comparsa di gravi lesioni a livello del materiale genetico neuronale nonché l’insorgenza di fenomeni di morte neuronale che sono tipici delle patologie neurodegenerative a carattere demenziale (si veda il Morbo di Alzheimer). L'iperomocisteinemia rappresenterebbe infine un fattore di rischio indipendente non solo per lo sviluppo di demenza [32,33], ma anche per lo sviluppo dell'Atrofia temporale mesiale (collegata a demenza senile) e per l'evoluzione della demenza cognitiva lieve nel Morbo di Alzheimer [6]. Per tenere sotto controllo le concentrazioni plasmatiche di Omocisteina sarebbe molto utile assumere prodotti a base di Trimetilglicina (TMG).

La TMG, nota anche col nome di Betaina, è una sostanza naturale estratta dalla barbabietola da zucchero (Beta vulgaris), a cui deve il proprio nome. La betaina svolge un ruolo importante soprattutto nel processo di detossificazione dell'omocisteina (potente ossidante e generatore di radicali liberi), che, com'è noto, è una delle cause principali delle malattie cardiache e vascolari. Senza entrare nello specifico, il principale ruolo biologico della TMG è infatti quello di convertire l'Omocisteina in Metionina, interrompendo così l'accumulo di questo pericoloso composto.

La supplementazione di TMG, oltre che ridurre le concentrazioni plasmatiche di Omocisteina, garantirebbe anche un aumento della sintesi endogena di S-Adenosil-Metionina (SAMe), un composto naturalmente presente nell'organismo e che ad oggi trova largo successo nel trattamento degli stati depressivi di diversa natura. Un aspetto particolarmente importante da considerare quando si parla di declino cognitivo riguarda infatti l'eventuale presenza di sintomi depressivi, che possono non soltanto determinare un serio scadimento della qualità di vita, ma anche promuovere un più rapido peggioramento cognitivo e della funzionalità globale del paziente.

Nonostante il numero sempre maggiore di antidepressivi disponibili sul mercato per il trattamento dei disturbi dell’umore e delle sindromi depressive, i pazienti sperimentano spesso una risposta terapeutica relativamente modesta e quote di remissione non sempre soddisfacenti. Inoltre, nei pazienti trattati con antidepressivi, possono verificarsi effetti collaterali che non solo ostacolano il rispetto e l’aderenza al trattamento, ma che, in alcuni casi, contribuiscono anche ad aumentare la disabilità, la sofferenza del paziente e la morbidità. Questa evidenza ha recentemente spinto i medici a interessarsi a integratori di grado non farmaceutico per contrastare i sintomi della depressione.

Uno dei supplementi che è stato più esaurientemente e profondamente studiato è proprio la S-adenosil-L-metionina (SAMe). La SAMe infatti rappresenta un elemento essenziale per le reazioni che conducono alla sintesi del doppio strato fosfolipidico delle membrane cellulari delle cellule nervose e partecipa alla sintesi di importanti neurotrasmettitori, quali Serotonina e Dopamina - implicati nei meccanismi di regolazione del tono dell'umore. Come già dimostrato dalla letteratura scientifica, abbinare la TMG alla classica integrazione con SAMe, migliora i sintomi della depressione nei soggetti non responder agli antidepressivi tradizionali, in maniera significativamente superiore a quanto si ottiene dopo somministrazione di sola SAMe in pazienti con depressione lieve-moderata [7,8].

Infine nei soggetti anziani, anche con funzione cognitiva conservata, andrebbe sempre valutata l'eventualità di un'integrazione a base di Fosfoserina. La Fosfoserina è una sostanza formata da un aminoacido (Serina) combinato con il Fosforo. La Fosfoserina è il precursore di una sostanza chiamata Fosfatidilserina (PS), un importante costituente delle membrane cellulari delle cellule nervose [9]. La Fosfoserina partecipa inoltre alla sintesi dell'Acetilcolina, una sostanza coinvolta nella trasmissione degli impulsi fra le cellule nervose e coinvolta nei processi di apprendimento e memorizzazione [10,11].

Sempre a livello neuronale infine la presenza della PS risulta indispensabile per preservare l'integrità e conferire fluidità al doppio strato fosfolipidico delle membrane neuronali e per il mantenimento dell'ottimale permeabilità cellulare necessaria per l'entrata delle sostanze nutritive e la relativa espulsione dei materiali di rifiuto [12,13]. Non deve quindi meravigliare che una carenza di fosfatidilserina possa pregiudicare la funzionalità cerebrale e comportare un deficit delle funzioni cognitive, soprattutto nei pazienti più anziani, dato che le quantità di PS endogena si riducono con l'invecchiamento. Risultati incoraggianti si sono registrati in seguito alla supplementazione di PS in soggetti affetti da Declino cognitivo legato all'età, Demenza senile e Morbo di Alzheimer [14-16].

  1. Reckelhoff JF, Kellum JA, Blanchard EJ, Bacon EE, Wesley AJ, Kruckeberg WC. Changes in nitric oxide precursor, l-arginine, and metabolites, nitrate and nitrite, with aging. Life Sci. 1994;55:1895-1902.
  2. Akashi K, Miyake C, Yokota A. Citrulline, a novel compatible solute in drought-tolerant wild watermelon leaves, is an efficient hydroxyl radical scavenger. FEBS Lett. 2001 Nov 23;508(3):438-42.
  3. Institute of Experimental and Clinical Pharmacology and Toxicology, University Medical Centre Hamburg-Eppendorf, Germany. Pharmacokinetic and pharmacodynamic properties of oral L-citrulline and L-arginine: impact on nitric oxide metabolism. Schwedhelm E, Maas R, Freese R, Jung D, Lukacs Z, Jambrecina A, Spickler W, Schulze F, Böger RH.
  4. Matthews JO, Southern LL, Higbie AD, Persica MA, Bidner TD. Effects of betaine on growth, carcass characteristics, pork quality, and plasma metabolites of finishing pigs. J Anim Sci. 2001, 79: 722-728.
  5. Senesi P, Luzi L, Montesano A, Mazzocchi N, Terruzzi I. Betaine supplement enhances skeletal muscle differentiation in murine myoblasts via IGF-1 signaling activation. J Transl Med. 2013 Jul 19;11:174.
  6. Huang Q, Xu Z, Han X, Li W. Effect of dietary betaine supplementation on lipogenic enzyme activities and fatty acid synthase mRNA expression in finishing pigs. Anim Feed Sci Technol. 2008,140: 365-375.
  7. Di Pierro F, Orsi R, Settembre R. Role of betaine in improving the antidepressant effect of S-adenosyl-methionine in patients with mild-to-moderate depression. J Multidiscip Healthc. 2015 Jan 16;8:39-45.
  8. Di Pierro F, Settembre R. Preliminary results of a randomized controlled trial carried out with a fixed combination of S-adenosyl-L-methionine and betaine versus amitriptyline in patients with mild depression. Int J Gen Med. 2015 Feb 4;8:73-8.
  9. Svennerholm L. Distribution and fatty acid composition of normal human brain. J Lipid Res. 1968; 9:570–579.
  10. Pedata F, Giovannelli L, Spignoli G, Giovannini MG, Pepeu G. Phosphatidylserine increases acetylcholine release from cortical slices in aged rats. Neurobiol Aging. 1985 Winter;6(4):337-9.
  11. Amenta F, Tayebati SK. Pathways of acetylcholine synthesis, transport and release as targets for treatment of adult-onset cognitive dysfunction. Curr Med Chem. 2008;15(5):488-98.
  12. Alberts B, Johnson A, Lewis J, et al. Molecular Biology of the Cell, 4 ed. New York: Garland Science; 2002.
  13. Kidd PM. PS (PhosphatidylSerine), Nature's Brain Booster, 2nd ed. St. George, UT: Total Health Communications; 2007.
  14. T.H. Crook, J. Tinklenberg, J. Yesavage, W. Petrie, M.G. Nunzi, D.C. Massari. Effects of phosphatidylserine in age-associated memory impairment. Neurol. 1991, 41, 644-649.
  15. T.H. Crook, W. Petrie, C. Wells, D.C. Massari. Effects of Phosphatidylserine in Alzheimer’s Disease. Psicopharmcol Bull 1992, 28, 61-66.
  16. R.R. Engel, W. Satzger, W. Günther, N. Kathmann, D. Bove, S. Gerke, U. Münch, H. Hippius. Double-Blind cross-over study of phosphatidylserine vs. placebo in patients with early dementia of the Alzheimer type. Eur Neuropsychopharmacol 1992, 2, 149-155.

PRODOTTI CONSIGLIATI

Il termine Fibromialgia significa dolore (algos) proveniente dai muscoli (myo) e dai tessuti fibrosi (fibro), come tendini e legamenti. La fibromialgia è una condizione cronica, in cui i muscoli sono in costante tensione, generando dolore diffuso e/o localizzato, associato a rigidità ed a un aumento della tensione muscolare. Apparentemente può apparire come una patologia che interessa esclusivamente l’apparato muscolo-scheletrico, tuttavia si riscontrano spesso anche sintomi di diversa natura quali astenia, stanchezza cronica e debilitante, disturbi dell’umore e del sonno.

Questo quadro sintomatologico così eterogeneo rende sempre estremamente complicato decifrare le cause di questa patologia e la stessa diagnosi risulta quanto mai complessa. A complicare questo quadro generale già abbastanza compromesso, concorrono anche condizioni emotive precarie che, col tempo, possono sfociare in vero e proprio stato depressivo. La malattia colpisce approssimativamente 1,5-2 milioni di italiani e la fascia di età più colpita si estende dai 25 ai 55 anni. Le donne presentano più probabilità di sviluppare la fibromialgia rispetto agli uomini, con un rapporto di incidenza pari a circa 9:1 (F:M).

Trattamenti consigliati:

Al momento, non esiste una cura risolutiva per la fibromialgia, ma sono disponibili diverse opzioni terapeutiche che consentono di controllare ed alleviare i sintomi. Tuttavia, la notevole eterogeneità dei sintomi che caratterizzano la fibromialgia, rende complessa la gestione del paziente dal punto di vista del trattamento farmacologico. Non esiste, infatti, un unico farmaco con caratteristiche tali da permettere un controllo completo della patologia.

Piuttosto, si utilizzano combinazioni di più principi attivi, capaci, insieme, di agire sulle cause ed i sintomi che caratterizzano le sindromi fibromialgiche. Nello specifico Antinfiammatori e/o Analgesici oppiacei vengono impiegati per lenire la sintomatologia dolorosa; molto utilizzati per la riduzione del dolore cronico sono anche gli Analoghi del GABA (Gamma-AminoButyric Acid), mentre i Miorilassanti vengono invece impiegati per contrastare la tensione e la rigidità muscolare. Infine gli Antidepressivi triciclici e gli Inibitori del re-uptake della Serotonina (SSRI) vengono impiegati per ridurre il dolore, migliorare il tono dell’umore e ristabilire una buona qualità del sonno.

Tralasciando il fatto che, come già anticipato in precedenza, si tratta di farmaci che non sono risolutivi, ciascuna delle classi di farmaci menzionate è correlata alla comparsa di effetti collaterali più o meno gravi che, nel medio e lungo

periodo, rendono difficile la gestione del paziente fibromialgico, riducendo al contempo l'aderenza del paziente stesso alla terapia farmacologica. In questo contesto, abbinare alla "classica" terapia farmacologica per la Fibromialgia, una terapia di associazione basata sull'impiego di principi attivi in grado di agire efficacemente sui principali sintomi che manifestano i pazienti fibromialgici, consente di ridurre i tempi di assunzione e/o il dosaggio dei farmaci tradizionali e dunque una migliore compliance da parte del paziente.

Una delle ipotesi d'insorgenza della sindrome fibromialgica sembra essere una carenza primitiva e cronica di magnesio, che determina l'instaurarsi di un quadro di ipereccitabilità neuro-muscolare [1]. In virtù delle sue note proprietà decontratturanti, il Magnesio può pertanto rivelarsi un valido ausilio nel trattamento della Fibromialgia, alleviando tensione e rigidità muscolare e controllando i sintomi di irritabilità ed ansia [2].

Un'altra strategia utile nel trattamento della Fibromialgia è assumere integratori a base di L-Triptofano; quest'ultimo rappresenta il precursore di due importanti ormoni endogeni: Serotonina e Melatonina [3]. La serotonina svolge un ruolo vitale nella biochimica del cervello e aiuta a regolare l'attività di altri neurotrasmettitori. In particolare la Serotonina, agendo da neurotrasmettitore a livello cerebrale, regola svariati processi biologici quali la trasmissione del dolore, il tono dell'umore, il comportamento sessuale, il ritmo sonno/veglia e le abitudini alimentari [4], tutti sistemi compromessi dalla patologia fibromialgica.

Difatti, è stata oramai accertata la correlazione tra bassi livelli ematici di Serotonina e Sindrome fibromialgica e che l'integrazione con L-triptofano migliora sensibilmente sia l'iperalgesia (aumento patologico della sensibilità agli stimoli dolorifici) che i sintomi connessi alla sfera emotiva del paziente fibromialgico (ansia e depressione) [5]. Inoltre, essendo il Triptofano il precursore biologico anche della Melatonina (l'ormone che regola il ritmo sonno/veglia), la sua integrazione consente al paziente di raggiungere una migliore qualità del sonno, che nei pazienti fibromialgici risulta gravemente compromessa, contribuendo al peggioramento del quadro sintomatico.

Nelle fasi acute della patologia, per ridurre il ricorso agli analgesici al bisogno e, al contempo, tenere sotto controllo la sintomatologia dolorosa, una valida alternativa è rappresentata dagli antinfiammatori di origine naturale, quali ad esempio la Boswellia Serrata. Gli Acidi cheto-boswellici contenuti in questa pianta, inibendo selettivamente le Lipossigenasi, e non le Ciclossigenasi (come i FANS tradizionali), garantiscono una discreta azione antinfiammatoria, senza determinare in nessun caso gastrolesività e ciò ne consente l'impiego anche per periodi di tempo prolungati [6]. All'azione antinfiammatoria si accompagna inoltre un'efficace azione anti-tensiva che rende la Boswellia Serrata particolarmente indicata nel contrastare gli stati di tensione localizzati tipici nei pazienti fibromialgici [7].

Anche la supplementazione di Vitamine del gruppo B, in aggiunta a quelle normalmente assunte con l'alimentazione, può tornare utile ai pazienti fibromialgici, soprattutto in fase preventiva. Nello specifico, le Vitamine B2 e B3 sostengono il normale funzionamento del sistema nervoso, contribuendo a ridurre stanchezza e affaticamento, mentre la Vitamina D3 è importante per il rafforzamento dell'intero apparato muscolo-scheletrico [8].

  1. Romano TJ, Stiller JW. Magnesium Deficiency in Fibromyalgia Syndrome. Journal of Nutritional Medicine Volume 4, 1994 - Issue 2.
  2. Gröber U, Schmidt J, Kisters K. Magnesium in Prevention and Therapy. Nutrients. 2015 Sep 23;7(9):8199-226.
  3. Birdsall TC. 5-Hydroxytryptophan: a clinically-effective serotonin precursor. Altern Med Rev. 1998 Aug;3(4):271-80.
  4. Berger M, Gray JA, Roth BL. The expanded biology of serotonin. Annu Rev Med. 2009;60:355-66.
  5. Juhl JH. Fibromyalgia and the serotonin pathway. Altern Med Rev. 1998 Oct;3(5):367-75.
  6. Siddiqui MZ. Boswellia Serrata, A Potential Antiinflammatory Agent: An Overview. Indian J Pharm Sci. 2011 May-Jun; 73(3): 255–261.
  7. Allegato 1 al DM 9 luglio 2012 Ministero della Salute.
  8. REGOLAMENTO (UE) N. 432/2012 DELLA COMMISSIONE - del 16 maggio 2012

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La cefalea (mal di testa) è un disturbo molto comune nella popolazione e rappresenta uno dei più frequenti motivi di consultazione medica. Quasi ognuno di noi ha avuto modo di soffrire, almeno una volta nella vita, di una crisi di cefalea. La cefalea diventa invece un vero e proprio disturbo quando si presenta in modo ripetitivo, soprattutto se con un dolore di intensità tale da rendere problematico qualsiasi tipo di attività.

Le sue conseguenze a volte sono considerevoli sia per l’individuo che ne è affetto, con un grave peggioramento della qualità della vita, sia per la società, per la quale comporta un elevato costo (impiego di risorse per la gestione della malattia, perdita di giornate lavorative e ridotta efficienza sul lavoro, conseguenze psicofisiche). Occorre innanzitutto stabilire una netta distinzione tra cefalea “malattia” (cefalea primaria) e cefalea “sintomo” (cefalea secondaria). Nelle cefalee primarie il dolore rappresenta in sé la patologia, per cui non sono sostenute da altre patologie. Le cefalee primarie fortunatamente rappresentano la grande maggioranza dei casi (circa il 90%).

Le cefalee secondarie sono invece la conseguenza di condizioni patologie ben più gravi (traumi, alterazioni vascolari, neoplasie, ecc..). Le più comuni cefalee primarie sono l’Emicrania, la Cefalea muscolo-tensiva, la Cefalea “a grappolo” e la Nevralgia del Trigemino; tra queste la cefalea muscolo-tensiva rappresenta ben oltre il 70% delle forme di cefalea primaria.

La cefalea muscolo-tensiva è caratterizzata dalla contrazione dei muscoli del collo e delle spalle e si manifesta come un dolore gravativo-costrittivo (riferito comunemente come "cerchio alla testa"), di entità lieve-moderata, quasi sempre localizzato sulla fronte o sulla nuca. La tensione emotiva, lo stress, l’affaticamento mentale, i disturbi del sonno e la postura scorretta e prolungata del capo e del collo possono rappresentano i principali fattori scatenanti e possono peggiorare il decorso della patologia. La cefalea tensiva può essere episodica o cronica.

Nel primo caso, le crisi di mal di testa si presentano per meno di 15 giorni al mese e il dolore perdura per un periodo che va dai 30 minuti ai 7 giorni. Nella cefalea tensiva cronica, invece, il mal di testa si manifesta complessivamente, per almeno sei mesi all'anno, per più di 15 giorni al mese e il dolore può durare ore, giorni, settimane, mesi o anni ed essere addirittura cronico.

Trattamenti consigliati:

La maggior parte dei pazienti che soffre di questo tipo di disordini ricorre autonomamente all'uso di farmaci antinfiammatori e/o analgesici che tuttavia, non hanno altra azione se non quella di agire sul sintomo (il dolore).

Data l'elevata frequenza con cui si verificano gli episodi cefalgici e l'impossibilità di progettare terapie a lungo termine basate su farmaci antinfiammatori e/o analgesici senza incorrere in gravosi effetti collaterali, ad oggi sta prendendo sempre più piede la tendenza a trattare questo tipo di problematica mediante il ricorso a principi attivi naturali in grado di agire oltre che sulla sintomatologia (dolore) anche sui fattori scatenanti. Così facendo è infatti possibile instaurare programmi terapeutici a lungo termine, in grado di ridurre, nel tempo, sia la frequenza che l'intensità delle crisi di "mal di testa".

In virtù delle sue note proprietà decontratturanti, il Magnesio può rivelarsi un valido ausilio nel trattamento della cefalea muscolo-tensiva, alleviando la rigidità muscolare della regione testa-collo e controllando i sintomi di irritabilità ed ansia [1]. Livelli insufficienti di magnesio sono in grado di determinare o aggravare le crisi di mal di testa, come ha dimostrato uno studio recentissimo conclusosi con la raccomandazione di non sottovalutare integrazioni di magnesio per trattare e prevenire le crisi di "mal di testa" [2].

Un'altra strategia utile nel trattamento anticefalgico è assumere integratori a base di L-Triptofano; quest'ultimo rappresenta il precursore di due importanti ormoni endogeni: Serotonina e Melatonina [3]. La serotonina svolge un ruolo vitale nella biochimica del cervello e aiuta a regolare l'attività di altri neurotrasmettitori. In particolare la Serotonina, agendo da neurotrasmettitore a livello cerebrale, regola svariati processi biologici quali la trasmissione del dolore, il tono dell'umore, il comportamento sessuale, il ritmo sonno/veglia e le abitudini alimentari [4].

Diversi studi hanno oramai confermato il ruolo della Serotonina nell'eziologia della Cefalea di tipo tensivo; i soggetti che soffrono di attacchi ricorrenti di mal di testa presentano infatti bassi livelli ematici di serotonina ed alte concentrazioni di Acido 5-idrossiindolacetico (5-HIAA) nelle urine. Quest'ultimo rappresenta il principale prodotto finale del metabolismo della serotonina e sta a indicare l'esistenza di una stretta correlazione tra deficit di serotonina e attacchi cefalgici [5,6].

Il Triptofano rappresenta anche il precursore della sintesi di un altro importante ormone: la Melatonina, la cui principale funzione è quella di regolare il ritmo sonno-veglia. Quest'ultimo risulta alterato in chi soffre di cefalea, tant'è vero che insonnia ed altri disturbi del sonno si presentano con una frequenza maggiore nei cefalgici rispetto alla popolazione generale e contribuiscono ad aumentare sia la frequenza che l'intensità delle crisi di mal di testa [7,8].

Da quanto detto finora appare evidente come una corretta integrazione di L-Triptofano, ripristinando le riserve endogene di Serotonina e stimolando la produzione di Melatonina costituisca una strategia terapeutica valida nel trattamento e nella profilassi della cefalea tensiva cronica [9]. Nelle fasi acute della patologia, per ridurre il ricorso agli analgesici al bisogno e, al contempo, tenere sotto controllo la sintomatologia dolorosa, una valida alternativa è rappresentata dagli antinfiammatori di origine naturale, quali ad esempio la Boswellia Serrata.

Gli Acidi cheto-boswellici contenuti in questa pianta, inibendo selettivamente le Lipossigenasi, e non le Ciclossigenasi (come i FANS tradizionali), garantiscono una discreta azione antinfiammatoria, senza determinare in nessun caso gastrolesività e ciò ne consente l'impiego anche per periodi di tempo prolungati [10]. All'azione antinfiammatoria si accompagna inoltre un'efficace azione anti-tensiva che rende la Boswellia Serrata particolarmente indicata nel contrastare gli stati di tensione localizzati che si verificano a carico della regione testa-collo-spalle, manifestazione tipica della cefalea muscolo-tensiva [11].

Anche la supplementazione di Vitamine del gruppo B, in aggiunta a quelle normalmente assunte con l'alimentazione, è importante nell'alleviare il mal di testa, grazie agli effetti armonizzatori che questi nutrienti esercitano sulla sfera neurovegetativa e sulla dilatazione dei vasi sanguigni. Ad esempio, la vitamina B2 (Riboflavina), stimolando il metabolismo energetico mitocondriale, che si dimostra alterato nei pazienti che soffrono di questo tipo di disordini, può avere un ruolo nella profilassi del mal di testa [12]. Molto importante è anche il contributo dato dalla Vitamina B3 (Niacina), specialmente in fase preventiva [13]. La Niacina infatti:

1)Limita la costrizione dei vasi sanguigni: una delle principali cause di mal di testa è la restrizione dei vasi sanguigni che trasportano il sangue al cervello; quando i vasi sanguigni si dilatano per compensare la costrizione, quantità eccessive di sangue affluiscono al cervello e creano un'intensa pressione, con conseguente sviluppo della sintomatologia dolorosa. La Vitamina B3 favorendo la dilatazione dei vasi sanguigni, previene l'accumulo e il conseguente rilascio di tensione a livello vasale, contribuendo a mantenere il normale flusso di sangue al cervello.

2) Migliora il metabolismo energetico cellulare: la compromissione del metabolismo ossidativo mitocondriale rappresenta un'altra causa alla base dell'insorgenza di cefalea.

Infine molto utile sarebbe anche l'integrazione della Vitamina D3 che, fisiologicamente, determina un'azione anabolica sul muscolo, migliorando in tal modo il trofismo dei muscoli della regione testa-collo, tant'è vero che, i pazienti che soffrono di cefalea muscolo-tensiva registrano livelli sierici di Vitamina D3 più bassi rispetto alla popolazione sana [14].

  1. Gröber U, Schmidt J, Kisters K. Magnesium in Prevention and Therapy. Nutrients. 2015 Sep 23;7(9):8199-226.
  2. Altura BM, Altura BT. Tension headaches and muscle tension: is there a role for magnesium? Med Hypotheses. 2001 Dec;57(6):705-13.
  3. Birdsall TC. 5-Hydroxytryptophan: a clinically-effective serotonin precursor. Altern Med Rev. 1998 Aug;3(4):271-80.
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