La cardiologia è la branca della medicina che si occupa dello studio, della diagnosi e della cura delle malattie cardiovascolari acquisite o congenite. Oltre che della cura delle malattie cardiovascolari, il medico cardiologo si occupa anche della prevenzione cardiovascolare e della riabilitazione del paziente dopo un evento cardiovascolare acuto o un intervento chirurgico.

Ad oggi le malattie cardiovascolari rappresentano ancora la prima causa di morte al mondo (50% del totale dei paesi sviluppati e 25% nei paesi in via di sviluppo), oltre ad esercitare un notevole impatto in termini di disabilità e costi sanitari. Difatti, chi sopravvive a un evento cardiovascolare, diventa un malato cronico: la malattia modifica la qualità della vita e comporta notevoli costi economici per la società. In Italia la prevalenza di cittadini affetti da invalidità cardiovascolare è pari al 4,4 per mille (dati Istat) e più del 23% della spesa farmaceutica italiana è destinata a farmaci per il sistema cardiovascolare.

In particolare la l'ischemia miocardica è la prima causa di morte, rendendo conto del 28% di tutte le morti, mentre gli accidenti cerebrovascolari sono al terzo posto con il 13%, dopo i tumori. L’analisi dei tassi di mortalità mostra che negli uomini la mortalità per malattie ischemiche del cuore è trascurabile fino a 40 anni, emerge fra 40 e 50 anni e poi cresce in maniera esponenziale con l’avanzare dell’età; nelle donne si manifesta invece a partire dai 60 anni e cresce rapidamente dopo i 70 anni. Rientrano nel gruppo delle patologie cardiovascolari le più frequenti patologie di origine arteriosclerotica, in particolare le malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio, sindrome coronarica acuta ed angina pectoris), le malattie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico) e le arteriopatie periferiche.

Le patologie cardiovascolari riconoscono infatti come causa principale l’Aterosclerosi, un processo patologico dall’evoluzione tipicamente “insidiosa” nel senso che tende a svilupparsi nel corso di molti anni in maniera del tutto asintomatica e subdola, al punto tale che i primi segni o sintomi clinici si manifestano quando il processo si trova già in una fase avanzata. L'Aterosclerosi è una patologia multifattoriale causata dal deposito di grassi e globuli bianchi sulle pareti delle arterie che, con il passare del tempo, aumentano di volume, riducendone l'elasticità e ostacolando il flusso sanguigno.

In realtà, molto spesso, non è l'occlusione dell'arteria in sé a causare l'infarto bensì l'infiammazione e la conseguente rottura di questi accumuli adiposi (chiamati ateromi o placche aterosclerotiche). Difatti, quando la placca aterosclerotica si rompe, il sangue entra in contatto con il colesterolo in essa contenuto. Tale processo porta alla formazione di un coagulo o trombo che può interrompere il flusso sanguigno causando un evento cardiovascolare severo (Ischemia, Infarto, Ictus).

A causa della lesione potrebbe anche staccarsi un pezzetto di ateroma che, trasportato in periferia dal sangue, andrebbe ad occludere vasi di dimensioni minori, causando un Embolia. La disfunzione endoteliale e l'inspessimento della tonaca intima e media delle arterie sono considerati i primissimi eventi della malattia aterosclerotica. E' stato oramai ampiamente dimostrato che la disfunzione endoteliale può precedere le manifestazioni cliniche dell’aterosclerosi coronarica. L’endotelio rappresenta il monostrato cellulare che riveste la superficie interna dei vasi sanguigni. L’endotelio è un vero e proprio "organo", costituito da un elevatissimo numero di cellule (circa di 1,2 miliardi) in grado di produrre molecole che vanno ad influenzare non solo i vasi (vicini e lontani), ma anche le cellule del sangue.

Il principale mediatore fisiologico dell’endotelio è un gas, il monossido d’azoto, conosciuto come Ossido nitrico (NO), una molecola fondamentale per il sistema cardiovascolare, ma che svolge anche altre importanti funzioni a livello del sistema nervoso centrale e immunitario. Le cellule endoteliali producono NO attraverso l’enzima NO-sintetasi (NOS) che trasforma l’aminoacido L-arginina in L-citrullina. L’NO è un gas volatile che ha un’emivita di pochi secondi e che, diffondendo rapidamente verso le sottostanti cellule muscolari lisce, determina il rilasciamento della muscolatura vasale.

In corso di aterosclerosi, gli stessi mediatori che determinano la sintesi di NO stimolano la produzione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS), che distruggono l’NO, e di altre molecole ad azione vasocostrittrice. Il termine ‘‘disfunzione endoteliale’’ identifica quindi quella condizione patologica caratterizzata da cellule endoteliali anatomicamente integre, ma la cui stimolazione, invece di determinare esclusivamente la produzione di NO, attiva in modo parallelo la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) o radicali liberi, che provocano la distruzione dell’NO stesso. Sebbene la disfunzione endoteliale sia causata principalmente da un’aumentata distruzione di NO, essa può dipendere anche da una sua ridotta produzione, come in caso di carenza del suo substrato naturale l'L-arginina.

In entrambi i casi, il risultato finale è un irrigidimento della parete vascolare , vasocostrizione, aggregazione piastrinica, adesione leucocitaria e proliferazione delle cellule muscolari lisce. L'aterosclerosi è una patologia ad eziologia multifattoriale, causata cioè dal concorso di molteplici fattori che prendono il nome di Fattori di rischio cardiovascolare. I fattori di rischio cardiovascolare sono rappresentati da tutte quelle condizioni proprie di ciascun individuo che aumentano in qualche maniera la sua probabilità di sviluppare una malattia a carico del cuore o dei vasi sanguigni. I fattori di rischio cardiovascolare possono essere classificati in:

1. Fattori modificabili: sui quali cioè si può agire o attraverso l'adozione di abitudini e stili di vita che permettono di prevenire e/o ritardare la comparsa della patologia, attenuarne la gravità e le conseguenze o mediante l'adozione di specifici protocolli terapeutici.

2. Fattori non modificabili

I principali fattori di rischio modificabili sono:

- Ipertensione arteriosa

- Sovrappeso o Obesità

- Ipercolesterolemia

- Diabete mellito

- Iperomocisteinemia

- Sedentarietà

- Abitudini alimentari scorrette

- Fumo

In un Paese come l’Italia, caratterizzato da un costante aumento dell’aspettativa di vita, è assolutamente necessario implementare azioni preventive volte ad individuare, correggere e controllare i fattori di rischio cardiovascolare, al fine di prevenire la nascita o, in ogni caso, rallentare l’evoluzione della malattia.

Ipertensione arteriosa: la pressione arteriosa rappresenta la quantità di forza esercitata dal sangue contro le pareti delle arterie. La pressione viene espressa mediante una coppia di valori, il valore massimo si definisce “pressione sistolica” e il valore minimo “pressione diastolica”. Durante la sistole il ventricolo si svuota e spinge una certa quantità di sangue nell’aorta, la quale si distende per accoglierlo, in tale fase si registra nelle arterie un picco di pressione (pressione massima o sistolica).

Alla fine della sistole il ventricolo sinistro si rilascia e si riempie di sangue (diastole), in tale fase la pressione nelle arterie cala e il valore più basso (pressione minima o diastolica) è raggiunto subito prima della nuova contrazione. La pressione che il sangue esercita nelle arterie non è sempre la stessa e varia con l’attività fisica, con il sonno, con la digestione, con le emozioni. Si definisce ipertensione arteriosa uno stato costante, non occasionale, in cui la pressione arteriosa è elevata rispetto ai valori considerati normali (PA < 135/85 mmHg).

L'ipertensione è una tra le malattie più diffuse nei Paesi industrializzati; colpisce, infatti, circa il 20% della popolazione adulta e rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare, tanto da essere definito il “killer silenzioso”, perché non comporta alcun sintomo e agisce nell'ombra, degenerando in complicanze severe, talvolta dall'esito mortale. Clinicamente l’ipertensione si divide in due categorie, ipertensione primaria e secondaria. Nell'ipertensione primaria, che rappresenta circa il 95% dei casi di ipertensione, non esiste una causa precisa, identificabile, ma gli elevati valori pressori sono il risultato dell'alterazione dei meccanismi complessi che regolano la pressione (fattori genetici e fattori ambientali). Nel restante 5% dei casi invece, l'ipertensione (definita secondaria) è la conseguenza di malattie, congenite o acquisite, che interessano i reni, i vasi sanguigni e il cuore, ecc...

I vasi sanguigni dei soggetti ipertesi possono essere immaginati come tubi che trasportano un flusso di liquido superiore a quello per il quale sono stati "progettati". Si formano così turbolenze e vortici che possono deformare e rompere le pareti dei vasi. In un simile contesto, il cuore deve lavorare di più, spendere più energia e col tempo si ingrosserà e deformerà, finendo col diventare a sua volta meno efficiente. L'obiettivo cardine del trattamento antipertensivo consiste nella riduzione della pressione arteriosa per abbattere il rischio di complicanze. Le attuali linee guida per il controllo della pressione arteriosa consigliano di:

- Seguire una dieta sana e regolare, ricca di potassio e fibre, e povera di sale e di grassi saturi

- Bere molta acqua

- Non fumare

- Praticare almeno 30 minuti di esercizio fisico al giorno

- Non bere alcolici

- Ridurre lo stress

- In caso di sovrappeso/obesità, seguire una dieta ipocalorica

Nel caso in cui questi semplici accorgimenti dietetici e comportamentali non fossero sufficienti per equilibrare i valori della pressione arteriosa, il paziente dovrà seguire un percorso farmacologico volto a trattare l'ipertensione. Di seguito sono riportate le classi di farmaci maggiormente impiegate nella terapia contro l'ipertensione:

1. Diuretici: abbassano la pressione arteriosa diminuendo la quota di liquidi in circolo. Sono però sconsigliati a chi soffre di Diabete e Gotta, perché tendono a far aumentare la glicemia e l'uricemia, e a chi soffre di Incontinenza urinaria, perché aumentano la quantità di urina che viene prodotta.

2. Beta-bloccanti: agiscono direttamente sulle terminazioni nervose, riducendo la contrattilità del cuore e dilatando le pareti delle arterie. Sono controindicati se si soffre di asma, perché favoriscono il restringimento dei bronchi.

3. Calcio-antagonisti: diminuiscono la pressione arteriosa favorendo la dilatazione dei vasi arteriosi. Sono indicati in chi soffre di cardiopatia ischemica (malattia delle coronarie).

4. ACE-inibitori: bloccano l'attivazione da parte del rene di una sostanza che fa aumentare la pressione arteriosa (l'Angiotensina II). Sono indicati, oltre che nell'ipertensione, nello scompenso cardiaco e nel diabete. In alcuni casi possono provocare una tosse stizzosa.

5. Antagonisti recettoriali dell'Angiotensina II: sono farmaci che provocano vasodilatazione, agendo sulle terminazioni nervose periferiche vascolari. Impiegati anche nella Terapia medica dell'ipertrofia prostatica, possono provocare (specie alla prima assunzione) brusche e spiccate riduzioni della pressione.

6. Farmaci ad azione sul sistema nervoso centrale: agiscono direttamente sulla regolazione della pressione arteriosa a livello del sistema nervoso centrale. Possono interferire con l'attività sessuale (impotenza) e provocare stanchezza e senso di "bocca secca" (xerostomia).

Come intuibile, quella per l'ipertensione è una terapia complessa, spesso al paziente vengono infatti prescritti cocktail di farmaci, non esenti dal generare, nel tempo, diversi effetti collaterali. Inoltre, va considerato, che la terapia antipertensiva, va generalmente seguita vita natural durante.

Per tutte queste ragioni, molto spesso, il paziente iperteso, trova conforto nell'utilizzo di prodotti a base di principi attivi naturali e/o endogeni, da associare ai farmaci tradizionalmente impiegati per il trattamento dell'ipertensione, in grado di apportare benefici tangibili e consentendo, in alcuni casi, un "alleggerimento" della terapia convenzionale. La maggior parte della patologie cardiovascolari, ipertensione arteriosa compresa, hanno in comune un unico evento eziopatogenetico: la disfunzione endoteliale che determina, a sua volta, una ridotta biodisponibilità di Ossido Nitrico (uno dei più importanti agenti vasodilatatori endogeni).

A livello endoteliale, la biosintesi dell'Ossido nitrico (NO) avviene principalmente attraverso la conversione dell' L-Arginina in L-Citrullina, operata da enzimi detti NO sintasi (NOS). Partendo da questo presupposto metabolico, i primi integratori amminoacidici proposti per il trattamento dei disturbi cardiovascolari contenevano principalmente l'amminoacido semiessenziale L-arginina ed i suoi sali. Tuttavia l'integrazione con Arginina, per via dei numerosi processi metabolici a cui va incontro questo aminoacido in seguito alla sua assunzione, non sembrerebbe determinare un incremento apprezzabile delle concentrazioni di NO. Secondo recentissimi studi invece, a parità di dosaggio e via di somministrazione (orale), la L-Citrullina garantirebbe un aumento dei livelli plasmatici di NO quasi doppi rispetto a quelli di una stessa dose di Arginina [1].

Pertanto, una strategia utile per ripristinare le riserve endogene di NO, migliorando così l'elasticità della parete vasale e riducendo i valori di pressione arteriosa, sarebbe quella di assumere integratori a base di L-Citrullina, un alfa amminoacido non essenziale, ovvero sintetizzabile dall'organismo umano, isolato per la prima volta dal cocomero (in latino Citrullus, da cui prese il nome). Inoltre, oltre che attraverso un aumento della biodisponibilità di NO, la L-Citrullina è in grado di contrastare la disfunzione endoteliale tipica dei soggetti ipertesi anche in virtù della sua marcata attività antiossidante [2]. Attraverso meccanismi molecolari complessi, molti dei quali non del tutto caratterizzati, la citrullina potrebbe infatti agire come scavanger (spazzino) diretto nei confronti dei radicali liberi dell'ossigeno (ROS), proteggendo così i vasi sanguigni da eventuali danni strutturali e funzionali. L'attività antiossidante, sembrerebbe quindi corresponsabile dell'azione cardioprotettiva di questa molecola.

Ipercolesterolemia: è una condizione patologica caratterizzata da livelli di colesterolo totale nel sangue superiori ai 200 mg/dL. Essendo insolubile in acqua (quindi nel sangue), il colesterolo viaggia nel sangue legato a molecole lipoproteiche, dette lipoproteine. Le lipoproteine si classificano in base alla densità, che diminuisce all'aumentare del contenuto lipidico e viceversa. In particolare, si distinguono:

- Lipoproteine a densità molto bassa (VLDL): trasportano il colesterolo dal fegato ai tessuti periferici (soprattutto muscolare e adiposo)

- Lipoproteine a bassa densità (LDL): trasportano il colesterolo dal fegato alla periferia, promuovendo, così, il suo deposito sulle pareti dei principali vasi arteriosi. Le LDL sono infatti note comunemente come "Colesterolo cattivo"

- Lipoproteine ad alta densità (HDL): veicolano il colesterolo dalla periferia del corpo al fegato, agendo come una sorta di spazzino capace di ripulire le arterie dai depositi di colesterolo; per tale motivo sono comunemente note come "Colesterolo buono"

Il rapporto tra il valore del colesterolo totale e quello dell'HDL indica il rischio di eventi cardiovascolari che una persona corre. Il numero che si ottiene dovrebbe essere: inferiore a 5 per l'uomo e a 4,5 per la donna. L'ipercolesterolemia rappresenta uno dei più importanti e diffusi fattori di rischio cardiovascolare. Secondo l’informazione raccolta nell’ambito del Progetto CUORE , che misura i fattori di rischio CV in campioni di popolazione adulta in Italia (uomini e donne di età compresa fra 35 e 74 anni), il 21% degli uomini e il 23% delle donne è ipercolesterolemico, mentre il 37% degli uomini e il 34% delle donne è in una condizione definita “borderline” (colesterolemia totale compresa fra 200 e 239 mg/dl).

Quando il colesterolo è presente in eccesso all'interno del torrente ematico, quest'ultimo tende a depositarsi sulla parete delle arterie, provocandone ispessimento e indurimento progressivi. Questo processo, chiamato aterosclerosi, può portare nel tempo alla formazione di vere e proprie placche (o ateromi) che ostacolano il flusso sanguigno, o addirittura lo bloccano del tutto.

Quando il cuore non riceve abbastanza sangue ricco di ossigeno, si possono sviluppare condizioni molto pericolose come ad esempio l'Angina pectoris, una condizione caratterizzata da dolore al torace, alle braccia o alla mandibola, solitamente in concomitanza di uno sforzo o di uno stress. Inoltre, le placche possono staccarsi e formare un trombo, che può indurre un improvviso arresto del flusso sanguigno. A seconda di dove è localizzata, l’ ostruzione di un vaso può provocare infarto del miocardio (a livello cardiaco), ictus (a livello cerebrale) o claudicatio intermittens (a livello degli arti inferiori).

La terapia dell'ipercolesterolemia prevede come intervento iniziale e imprescindibile una dieta a basso contenuto di grassi saturi (<7% delle calorie totali) e in particolare di colesterolo (<200 mg giornalieri). Solo nel caso in cui la dieta risultasse inefficace ad ottenere una soddisfacente riduzione della colesterolemia (come molto spesso accade) è prevista la contemporanea assunzione di farmaci, che debbono essere comunque affiancati alla dieta. Alla dieta deve essere affiancato uno stile di vita adeguato, che, secondo le linee guida dell'Adult Treatment Panel, deve comprendere regolare attività fisica, interruzione del fumo e riduzione del peso corporeo. Di seguito sono riportate le classi di farmaci maggiormente impiegate nella terapia contro il colesterolo alto:

1. Fibrati: indicati per i pazienti affetti da Ipercolesterolemia che presentano anche livelli elevati di trigliceridi nel sangue.

2. Statine: agiscono all'origine del problema, limitando la sintesi del colesterolo endogeno. In particolare questi farmaci vanno a bloccare l'attività di un enzima chiamato HMG-CoA reduttasi, fondamentale nei processi di sintesi del colesterolo soprattutto a livello epatico. Un altro grosso vantaggio delle statine risiede nella loro selettività, ovvero nella capacità di ridurre soprattutto la sintesi del colesterolo "cattivo" (LDL), lasciando pressoché inalterato quello "buono" (HDL). Le statine sono inoltre dotate di interessanti proprietà antinfiammatorie, che proteggono le pareti dei vasi, stabilizzando la placca ateromatosa e riducendo il rischio che si verifichino eventi avversi, come infarto, angina pectoris e rottura improvvisa di un aneurisma. Il grosso svantaggio legato all'utilizzo di questa classe di farmaci si deve ai numerosi effetti collaterali associati al loro impiego:

- Epatotossicità: le statine possono dare un incremento dei livelli delle transaminasi

- Miopatia e Rabdomiolisi: le statine sono associate a disturbi muscolari che vanno dalla debolezza muscolare e crampi fino alla Mialgia (sindrome dolorosa a carico di uno o più muscoli). Più rare, ma molto più gravi sono le Miositi (infiammazione muscolare che provoca sensazioni di debolezza e dolore a livello dei muscoli colpiti) e Rabdomiolisi (rottura delle cellule del muscolo scheletrico e rilascio nel flusso sanguigno delle sostanze contenute nella muscolatura)

- Dispepsia (difficoltà di digestione) e Nausea

- Cefalea

- Aumentato rischio di insorgenza di diabete mellito nelle donne in menopausa

L'NO, in virtù della sua azione antiossidante/antinfiammatoria è in grado di prevenire l'ossidazione del colesterolo lipoproteico a bassa densità (LDL o Colesterolo cattivo) e quindi ritardare la progressione dell'aterosclerosi [3,4]. Per incrementare le riserve endogene di NO è buona norma quindi assumere integratori a base di L-citrullina, un alfa amminoacido non essenziale, ovvero sintetizzabile dall'organismo umano, isolato per la prima volta dal cocomero (in latino Citrullus, da cui prese il nome). Una volta assunta la Citrullina viene difatti velocemente convertita in L-arginina e NO, in grado di:

1. Modulare la funzione piastrinica: l' No è in grado di ridurre l'aggregazione piastrinica, scongiurando così la formazione di coaguli pericolosi

2. Ridurre placca arterosclerotica del 50%: l'NO è un potente agente antiossidante, in grado di inibire il passaggio dei monociti (un tipo di cellule immunitarie) nella parete dell’arteria. Questo riduce l’infiammazione sottostante che promuove la formazione e l'accrescimento della placca ateromatosa.

3. Ridurre il colesterolo totale del 10-20%

Inoltre, oltre che attraverso un aumento della biodisponibilità di NO, la L-Citrullina è in grado di contrastare la disfunzione endoteliale anche in virtù della sua marcata attività antiossidante [2]. Attraverso meccanismi molecolari complessi, la citrullina potrebbe infatti agire come scavanger (spazzino) diretto nei confronti dei radicali liberi dell'ossigeno (ROS), proteggendo così i vasi sanguigni da eventuali danni strutturali e funzionali. L'attività antiossidante, sembrerebbe quindi corresponsabile, insieme all'NO, dell'azione cardioprotettiva di questa molecola.

Iperomocisteinemia: è una condizione clinica consistente in una eccessiva concentrazione di omocisteina nel sangue. L’omocisteina è un aminoacido solforato che si forma nel nostro organismo a partire dalla Metionina, aminoacido essenziale, che viene introdotto con l’alimentazione attraverso il consumo di carne, uova, latte e legumi. L'omocisteina viene considerata un fattore di rischio indipendente poiché da sola è in grado di aumentare l'incidenza di malattie cardiovascolari indipendentemente dalla presenza di altri fattori predisponenti.

Già valori superiori a 10-12 µmoli per litro si correlano ad un aumentato rischio di aterosclerosi, ictus ed infarto del miocardio. Studi scientifici hanno infatti dimostrato che elevati livelli di omocisteina in circolo vanno ad alterare la funzione dell’endotelio vascolare, riducendo la produzione attiva da parte di questo tessuto di sostanze vasodilatatorie, in particolare, di Ossido nitrico. Normalmente, infatti, l’endotelio dei vasi sanguigni è un tessuto che produce numerose sostanze ad azione vasodilatatoria.

Questo mantiene i livelli di pressione arteriosa costanti. Quando si ha un accumulo di omocisteina in circolo, invece, essa si comporta da radicale libero, determinando un aumento dello stress ossidativo ed alterando così la funzione endoteliale. L’omocisteina, infatti, si va ad addossare alla parete dei vasi sanguigni e si lega proprio all’ossido nitrico, formando l’ossido nitroso. Quest'ultimo, determina una riduzione della concentrazione di ossido nitrico in circolo, con conseguente vasocostrizione ed aumento dei livelli di pressione arteriosa.

Inoltre, l’ omocisteina va ad agire anche stimolando la formazione della placca aterosclerotica a livello dei grandi vasi sanguigni. In questo senso, l’amminoacido solforato agisce con un doppio meccanismo, sia diretto che indiretto. L’ omocisteina, infatti, da una parte si va a legare direttamente alle molecole di LDL (colesterolo cosiddetto cattivo), formando un composto insolubile, l’LDL-tiolattone. Questo complesso viene riconosciuto come un elemento da eliminare da parte del sistema immunitario, che attiva alcune cellule specializzate, i macrofagi, a fagocitarlo (mangiarlo, inglobarlo).

I macrofagi, quindi, accumulando al loro interno questi complessi in elevate quantità, trasformandosi nelle cosiddette Cellule schiumose (Foam cells), che vanno a loro volta ad innescare i processi infiammatori che sono alla base della formazione della placca aterosclerotica. D’altra parte, l’ omocisteina in eccesso va ad agire anche in maniera indiretta, aumentando i livelli di stress ossidativo in circolo ed ossidando le molecole di LDL. Le LDL ossidate rappresentano il vero fattore di rischio per la malattia aterosclerotica. Infatti, anch’esse vengono riconosciute dai macrofagi e fagocitate, con la conseguente formazione delle cellule schiumose. Elevati livelli di omocisteina in circolo, dunque, equivalgono ad avere elevati livelli di colesterolo, in quanto entrambi determinano le stesse conseguenze nell’organismo. Oltre che nella patogenesi delle malattie cardiovascolari l'iperomocisteinemia;

- Rappresenta un fattore di rischio per patologie neurodegenerative quali demenza e malattia di Alzheimer

-Nelle donne in gravidanza è associata a difetti della crescita fetale, distacco prematuro di placenta e aborti spontanei e ripetuti

- E' una spia di fragilità ossea: elevati livelli di omocisteina plasmatica sono un fattore di rischio importante ed indipendente per fratture osteoporotiche sia negli uomini che nelle donne di età avanzata.

Una vita attiva, la riduzione del consumo di caffè e di bevande alcoliche, una dieta varia, l’astensione dal fumo nonchè una supplementazione vitaminica mirata (vit. B6 , B12 e folati), possono ridurre i livelli di omocisteina. Un'altra strategia utile per ridurre le concentrazioni plasmatiche di Omocisteina è quella di assumere integratori a base di Betaina, una sostanza naturale estratta dalla barbabietola da zucchero (Beta vulgaris), a cui deve il proprio nome.

Nota anche come Trimetilglicina (TMG), la Betaina è un noto agente metilante; ciò significa che ha la capacità di cedere gruppi metile (CH3) a varie sostanze, tra cui appunto l'Omocisteina. L'aggiunta del metile trasforma nuovamente l'Omocisteina in Metionina, contribuendo così a mantenere bassi i livelli plasmatici di questo pericoloso amminoacido [5]. In virtù di questa attività, la Betaina viene ad oggi utilizzata con successo nel trattamento dell'iperomocisteinemia [6]. La riduzione dell'omocisteina plasmatica inizia già alcuni giorni dopo l'inizio del trattamento con la Betaina e i benefici di tale integrazione si conservano anche per diversi anni [7].

In particolare, una riduzione del 25% delle concentrazioni plasmatiche di Omocisteina riduce di circa l'11% il rischio d'insorgenza di cardiopatia ischemica e del 19% il rischio d'insorgenza di ictus [8]. Basandoci su questo dato è possibile affermare che una dieta ricca in betaina ridurrebbe il rischio cardiovascolare del 5-10%.

  1. Institute of Experimental and Clinical Pharmacology and Toxicology, University Medical Centre Hamburg-Eppendorf, Germany. Pharmacokinetic and pharmacodynamic properties of oral L-citrulline and L-arginine: impact on nitric oxide metabolism. Schwedhelm E, Maas R, Freese R, Jung D, Lukacs Z, Jambrecina A, Spickler W, Schulze F, Böger RH.
  2. Akashi K, Miyake C, Yokota A. Citrulline, a novel compatible solute in drought-tolerant wild watermelon leaves, is an efficient hydroxyl radical scavenger. FEBS Lett. 2001 Nov 23;508(3):438-42.
  3. Böger RH, Bode-Böger SM. The clinical pharmacology of L-arginine. Annu Rev Pharmacol Toxicol. 2001;41:79-99.
  4. Napoli C, Ackah E, De Nigris F, Del Soldato P, D'Armiento FP, Crimi E, Condorelli M, Sessa WC. Chronic treatment with nitric oxide-releasing aspirin reduces plasma low-density lipoprotein oxidation and oxidative stress, arterial oxidation-specific epitopes, and atherogenesis in hypercholesterolemic mice. Proc Natl Acad Sci U S A. 2002 Sep 17;99(19):12467-70.
  5. Olthof MR, Verhoef P. Effects of betaine intake on plasma homocysteine concentrations and consequences for health. Curr Drug Metab. 2005 Feb;6(1):15-22.
  6. Lawson-Yuen A, Levy HL. The use of betaine in the treatment of elevated homocysteine. Mol Genet Metab. 2006 Jul;88(3):201-7.
  7. Wilcken DE, Wilcken B. The pathogenesis of coronary artery disease. A possible role for methionine metabolism. J Clin Invest 1976;57:1079–82.
  8. McCully KS. Vascular pathology of homocysteinemia: implications for the pathogenesis of arteriosclerosis. Am J Pathol 1969;56:111–28.

PRODOTTI CONSIGLIATI

Si usa il termine di Infarto Acuto del Miocardio (IMA) quando parte del tessuto cardiaco muore a causa della mancanza di ossigeno determinata dall'occlusione improvvisa di uno o più rami delle arterie coronarie (i vasi che circondano e nutrono il muscolo cardiaco), con conseguente blocco del flusso sanguigno in quel dato distretto cardiaco.

La causa dell'occlusione è quasi sempre da ricercare nell'instaurarsi di un processo aterosclerotico: nel corso degli anni, diverso materiale lipidico (grasso), può accumularsi lungo le pareti interne delle arterie, fino a formare una vera e propria Placca aterosclerotica. Con il tempo parte della placca può rompersi, causando la formazione di un grumo (o coagulo) di sangue lungo la superficie della placca.

Se il coagulo diventa abbastanza grande può bloccare in parte o completamente il flusso di sangue verso quella parte del muscolo cardiaco alimentata dall’arteria che così inizia a morire e ad essere sostituita da tessuto cicatriziale. Naturalmente, la parte di cuore danneggiata dall’infarto non sarà più in grado di contrarsi, pertanto, maggiore è l’area interessata dall'evento infartuale e minore sarà la capacità del cuore di pompare sangue.

Il dolore è il sintomo con cui l’infarto si manifesta più frequentemente al suo esordio; è presente nell’85% dei casi e ha le caratteristiche tipiche del dolore anginoso (più o meno improvviso, intenso, oppressivo e prolungato localizzato al centro del torace e/o nella regione sopraombelicale che spesso si irradia al braccio sinistro, meno frequentemente a collo e mandibola), ma più intenso e prolungato, spesso accompagnato da irrequietezza (talora angosciosa) sudorazione, astenia, nausea, più raramente vomito e dispnea. La durata del dolore di solito e superiore a 20-30 minuti. La complicanza più grave dell’infarto è l’arresto cardiaco che può provocare la morte. La morte è improvvisa e si verifica entro breve tempo dall'insorgenza dei sintomi. La morbilità e mortalità dell'infarto sono ascrivibili alle aritmie ed alla perdita di funzione di pompa che ne derivano.

Trattamenti consigliati:

Il primo obiettivo del trattamento dell’infarto miocardico, all’esordio della malattia, è quello di promuovere la riapertura della coronaria che si è occlusa. In questa fase il tempo risparmiato tra l’arrivo del paziente e la riapertura del vaso si traduce in un guadagno di muscolo cardiaco prima che quest'ultimo venga danneggiato in modo irreversibile.

Il trattamento prevede la disostruzione del lume della coronaria mediante l’introduzione di un catetere dotato di palloncino gonfiabile all’apice, capace di passare attraverso il coagulo presente nel punto di massimo restringimento della coronaria stessa e di schiacciarne le componenti sulle pareti (angioplastica coronarica), e il contemporaneo posizionamento di una protesi a rete all’interno del vaso (stent) che contribuisce a mantenerlo aperto dopo la disostruzione.

In tutti i casi in cui si sia rilevata una malattia coronarica grave o estesa e che non siano trattabili con l’angioplastica coronarica e lo stent si può ricorrere all’intervento di bypass coronarico che consiste nel creare chirurgicamente un canale di comunicazione fra l’aorta e la coronaria ristretta o ostruita a valle della lesione, mediante l’utilizzo di altre arterie o vene. Normalmente, questo tipo di approccio non viene utilizzato in emergenza a meno che non vi sia assoluta necessità. Superata la fase "critica" il paziente infartuato è tenuto a seguire un rigido protocollo terapeutico di Riabilitazione cardiologica, basato sul riposo assoluto, sull'adozione di una politerapia farmacologica e sulla riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare. Per quanto riguarda la terapia farmacologica, i farmaci maggiormente utilizzati nella terapia post-infarto sono:

1. Antiaggreganti piastrinici e Trombolitici: per fluidificare il sangue e scongiurare la formazione di trombi e/o coaguli

2. Beta-bloccanti: riducono la mortalità del 25% e sono più vantaggiosi nei casi maggiormente a rischio

3. ACE-inibitori: riducono la mortalità a lungo termine, ma si discute sul momento di inizio della terapia più opportuno

4. Statine: contribuiscono riducendo il tasso di colesterolo

L'uso di questi farmaci va tuttavia valutato in base al profilo di rischio emorragico del paziente, alla tolleranza individuale e alle controindicazioni che variano da soggetto a soggetto. La modificazione dello stile di vita può contribuire enormemente alla prevenzione. Viene pertanto raccomandato di:

- Seguire una dita equilibrata - Ridurre il proprio peso corporeo fino al raggiungimento di un valore nella norma per età e sesso - Smettere di fumare - Evitare l'uso di bevande alcoliche - Praticare attività fisica regolarmente, con intensità variabile a seconda di età e condizioni generali di salute

Le principali finalità della riabilitazione post-infarto sono quelle di una graduale ripresa della capacità di esercizio individuale, di un assestamento della terapia farmacologica e, infine, di modificazione dello stile di vita. Al fine di velocizzare la ripresa dell'attività fisica, in fase di riabilitazione cardiologica, potrebbe essere d'ausilio per il paziente, associare alla tradizionale terapia farmacologica, prodotti a base di principi attivi naturali e/o endogeni in grado, da un lato, di attivare rapidamente il metabolismo energetico e dall'altro di conferire protezione cardio e cerebrovascolare.

Un esempio di principio attivo avente tali caratteristiche è la L-Citrullina, un alfa amminoacido non essenziale, ovvero sintetizzabile dall'organismo umano, isolato per la prima volta dal cocomero (in latino Citrullus, da cui prese il nome). L'azione antiossidante rappresenta probabilmente la prima attività biologica studiata per questo aminoacido.

L'assunzione di L-Citrullina sembrerebbe infatti proteggere l'organismo dai danni indotti dai cosiddetti Radicali liberi, molecole altamente reattive, che, in quanto tali, tendono a reagire con le cellule del nostro organismo provocando danni a volte irreversibili. Livelli elevati di Stress ossidativo sono, ad oggi, ritenuti nuovi fattori di rischio per la salute cardiovascolare, soprattutto se la condizione è prolungata nel tempo e associata ai più noti fattori di rischio quali ipertensione, ipercolesterolemia, iperglicemia, sovrappeso e fumo di sigaretta [1].

Attraverso meccanismi molecolari complessi, la citrullina agisce come scavanger (spazzino) diretto nei confronti dei radicali liberi dell'ossigeno, proteggendo le cellule dell'organismo da eventuali danni strutturali e funzionali [2]. Tuttavia la principale e più interessante proprietà dell'L-Citrullina consiste nella sua conversione in Arginina [3]: a livello endoteliale, l'aminoacido L-Arginina viene infatti impiegato per la produzione di Ossido nitrico (NO), una molecola fondamentale per il sistema cardiovascolare.

L’NO è un gas volatile che ha un’emivita di pochi secondi e che, diffondendo rapidamente verso le sottostanti cellule muscolari lisce, determina il rilasciamento della muscolatura vasale. In corso di aterosclerosi, gli stessi mediatori che determinano la sintesi di NO stimolano la produzione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS), che distruggono l’NO, e di altre molecole ad azione vasocostrittrice.

La ridotta biodisponibilità di NO determina quindi: irrigidimento della parete vascolare, vasocostrizione, aggregazione piastrinica, adesione leucocitaria e proliferazione delle cellule muscolari lisce e rappresenta una delle principali concause di patologia cardiovascolare. La Citrullina rappresenta infine un ottimo aiuto anche per migliorare le performance fisiche in fase di riabilitazione post-infarto e questo per due ragioni:

1. Partecipa attivamente al Ciclo dell’Urea, favorendo l’eliminazione dell' Ammoniaca, un composto tossico per l’organismo, il cui accumulo riduce la formazione di glicogeno muscolare e determina l’insorgere precoce della sensazione di stanchezza;

2. Stimola la sintesi di Glucosio e Creatina, fornendo nutrimento ed energia alle cellule dell'organismo;

3. Stimola la produzione di Ossido nitrico (NO): questo importante vasodilatatore è in grado di migliorare sensibilmente la vascolarizzazione muscolare, permettendo da un lato un miglioramento diretto delle capacità trofiche a sostengo del muscolo e dall'altro facilitando l'allontanamento dei cataboliti derivati dall'attività muscolare.

Il tutto si tradurrebbe in una più rapida ripresa in seguito a condizioni di stress psico-fisico intenso (condizione che ben rispecchia la fase immediatamente successiva ad un evento di infarto acuto del miocardio).

Recenti studi hanno oramai confermato che nei pazienti con infarto acuto del miocardico , elevati livelli di Omocisteina sono associati ad un maggior rischio di eventi coronarici e di morte [4]. In questi soggetti ridurre le concentrazioni plasmatiche di Omocisteina rappresenta quindi un obiettivo terapeutico di primaria importanza.

L’omocisteina è un aminoacido solforato che si forma nel nostro organismo a partire dalla Metionina, aminoacido essenziale, che viene introdotto con l’alimentazione attraverso il consumo di carne, uova, latte e legumi. L'omocisteina viene considerata un fattore di rischio indipendente poiché da sola è in grado di aumentare l'incidenza di malattie cardiovascolari indipendentemente dalla presenza di altri fattori predisponenti. Già valori superiori a 10-12 µmoli per litro si correlano ad un aumentato rischio di aterosclerosi, ictus ed infarto del miocardio.

Quando si ha un accumulo di omocisteina in circolo, la molecola si comporta da radicale libero, determinando un aumento dello stress ossidativo ed alterando così la funzione endoteliale. La principale conseguenza di questo processo è una ridotta produzione di Ossido nitrico (NO), uno dei più importanti agenti vasodilatatori e cardioprotettivi del sistema cardiocircolatorio. Inoltre, l’omocisteina va ad agire anche stimolando la formazione della placca aterosclerotica a livello dei grandi vasi sanguigni, attraverso un aumento dell'ossidazione delle LDL (il cosiddetto colesterolo cattivo).

Le LDL ossidate rappresentano il vero fattore di rischio per la malattia aterosclerotica, in quanto vengono riconosciute da alcune cellule specializzate del nostro sistema immunitario dette macrofagi che si attivano contro di esse, inglobandole, e trasformandosi nelle cosiddette Cellule schiumose (Foam Cells). Questo appena descritto rappresenta il primo step del processo infiammatorio che condurrà alla formazione della Placca aterosclerotica.

Elevati livelli di omocisteina in circolo, dunque, equivalgono ad avere elevati livelli di colesterolo, in quanto entrambi determinano le stesse conseguenze nell’organismo. Una strategia utile per ridurre le concentrazioni plasmatiche di Omocisteina è quella di assumere integratori a base di Betaina, una sostanza naturale estratta dalla barbabietola da zucchero (Beta vulgaris), a cui deve il proprio nome. Nota anche come Trimetilglicina (TMG), la Betaina è un noto agente metilante; ciò significa che ha la capacità di cedere gruppi metile (CH3) a varie sostanze, tra cui appunto l'Omocisteina.

L'aggiunta del metile trasforma nuovamente l'Omocisteina in Metionina, contribuendo così a mantenere bassi i livelli plasmatici di questo pericoloso amminoacido. In virtù di questa attività, la Betaina viene ad oggi utilizzata con successo nel trattamento dell'iperomocisteinemia [5]. La riduzione dell'omocisteina plasmatica inizia già alcuni giorni dopo l'inizio del trattamento con la Betaina e i benefici di tale integrazione si conservano anche per diversi anni [6]. In particolare, una riduzione del 25% delle concentrazioni plasmatiche di Omocisteina riduce di circa l'11% il rischio d'insorgenza di cardiopatia ischemica (anticamera dell'infarto miocardico) e del 19% il rischio d'insorgenza di ictus [7].

Nel periodo che segue un evento di infarto acuto del miocardio, molta attenzione va prestata anche alla cura della mente del paziente, oltre che del corpo. La letteratura scientifica ha infatti ampiamente messo in risalto che una grande percentuale (compresa tra il 14% e il 47%) di pazienti con cardiopatia ischemica soffre di sintomi depressivi, mentre la prevalenza di tali sintomi nella popolazione generale varia solo dal 4% al 7% [8]. Inoltre, la presenza di depressione è associata ad un incremento del rischio di mortalità di circa 2-3 volte durante i primi 6 mesi dopo sindrome coronarica acuta [9].

Due sono le possibili spiegazioni; la prima è di natura comportamentale: i soggetti depressi aderiscono in misura meno coerente al trattamento farmacologico cardiovascolare. La seconda include modificazioni fisiopatologiche collegate alla stessa depressione. E' infatti possibile che i pazienti depressi possano essere stati meno capaci o impegnati nel modificare i fattori di rischio (smettere di fumare, fare esercizio fisico, prendere medicine). Altre spiegazioni del rapporto tra infarto e depressione sono le modificazioni a carico del sistema nervoso autonomo e della funzione piastrinica, la disfunzione endoteliale, la predisposizione genetica, l’aumento dello stato infiammatorio e la disfunzione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene [10].

Tuttavia, nonostante il numero sempre maggiore di antidepressivi disponibili sul mercato per il trattamento dei disturbi dell’umore e delle sindromi depressive, i pazienti sperimentano spesso una risposta terapeutica relativamente modesta e quote di remissione non sempre soddisfacenti. Inoltre, nei pazienti trattati con antidepressivi, possono verificarsi effetti collaterali che non solo ostacolano il rispetto e l’aderenza al trattamento, ma che, in alcuni casi, contribuiscono anche ad aumentare la disabilità, la sofferenza del paziente e la morbidità.

Questa evidenza ha recentemente spinto i medici a interessarsi a integratori di grado non farmaceutico per contrastare i sintomi della depressione: ne sono un esempio i prodotti a base di Betaina e Fosfoserina. La Betaina infatti, oltre a contrastare efficacemente l'aumento delle concentrazioni plasmatiche di Omocisteina, è in grado di aumentarne i livelli plasmatici di S-Adenosil-Metionina (SAMe) [11]: un importante composto fisiologico prodotto nell'organismo dalla combinazione dell'aminoacido essenziale Metionina con l'Adenosiltrifosfato (ATP).

A livello cerebrale la presenza di SAMe è in grado di aumentare i livelli di importanti neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina, tradizionalmente coinvolti nelle vie che mediano le sensazioni di piacere, gratificazione e benessere e di importanti costituenti delle membrane plasmatiche dei neuroni, quali la Fosfatidilcolina e la Fosfatidilserina. Il tutto si traduce in significativi miglioramenti sul piano clinico. Oltre la betaina, un'altra sostanza in grado di incrementare le performance cognitive è la Fosfoserina, una sostanza formata dal legame dell'aminoacido Serina con l'Acido fosforico.

La Fosfoserina rappresenta il precursore biologico della Fosfatidilserina (PS), il fosfolipide più abbondante nella corteccia cerebrale dell'uomo (13-15%) [12]. L'integrazione con Fosfoserina, incrementando le concentrazioni di PS a livello cerebrale, è quindi in grado di preservare l'integrità e la fluidità delle membrane plasmatiche delle cellule nervose e di sostenere l'attività cerebrale, stimolando la sintesi di importanti neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina. Ciò consente di contrastare il declino della funzione cognitiva e di migliorare le capacità di apprendimento e memoria [13-16].

  1. Dhalla NS, Temsah RM, Netticadan T. Role of oxidative stress in cardiovascular diseases. J Hypertens. 2000 Jun;18(6):655-73.
  2. Akashi K, Miyake C, Yokota A. Citrulline, a novel compatible solute in drought-tolerant wild watermelon leaves, is an efficient hydroxyl radical scavenger. FEBS Lett. 2001 Nov 23;508(3):438-42.
  3. Schwedhelm E, Maas R, Freese R, Jung D, Lukacs Z, Jambrecina A, Spickler W, Schulze F, Böger RH. Pharmacokinetic and pharmacodynamic properties of oral L-citrulline and L-arginine: impact on nitric oxide metabolism. Br J Clin Pharmacol. 2008 Jan;65(1):51-9.
  4. Matetzky S, Freimark D, Ben-Ami S, Goldenberg I, Leor J, Doolman R, Novikov I, Eldar M, Hod H. Association of elevated homocysteine levels with a higher risk of recurrent coronary events and mortality in patients with acute myocardial infarction. Arch Intern Med. 2003 Sep 8;163(16):1933-7.
  5. Lawson-Yuen A, Levy HL. The use of betaine in the treatment of elevated homocysteine. Mol Genet Metab. 2006 Jul;88(3):201-7.
  6. Wilcken DE, Wilcken B. The pathogenesis of coronary artery disease. A possible role for methionine metabolism. J Clin Invest 1976;57:1079–82.
  7. McCully KS. Vascular pathology of homocysteinemia: implications for the pathogenesis of arteriosclerosis. Am J Pathol 1969;56:111–28.
  8. van Melle JP, de Jonge P, Spijkerman TA, Tijssen JG, Ormel J, van Veldhuisen DJ, van den Brink RH, van den Berg MP. Prognostic association of depression following myocardial infarction with mortality and cardiovascular events: a meta-analysis. Psychosom Med. 2004 Nov-Dec;66(6):814-22.
  9. Frasure-Smith N, Lespérance F, Talajic M. Depression following myocardial infarction. Impact on 6-month survival. JAMA. 1993 Oct 20;270(15):1819-25.
  10. Pizzi C, Santarella L, Manfrini O, Chiavaroli M, Agushi E, Cordioli E, Costa GM, Bugiardini R. Cardiopatia ischemica e depressione: una realtà sottostimata. G Ital Cardiol 2013;14(7-8):526-537.
  11. Di Pierro F, Orsi R, Settembre R. Role of betaine in improving the antidepressant effect of S-adenosyl-methionine in patients with mild-to-moderate depression. J Multidiscip Healthc. 2015; 8: 39–45.
  12. Svennerholm L. Distribution and fatty acid composition of normal human brain. J Lipid Res. 1968; 9:570–579.
  13. G. Ransmayr, S. Ploerer, F. Gerstenbrand, G. Bauer. Double-blind placebo-controlled trial of phosphatidylserine in elderly patients with arteriosclerotic encephalopaty. Clin J Trials 1987,24, 62-72.

14. G. Palmieri, R. Palmieri, M.R. Inzoll, A.M. Agrati, A: Vargiu. Double-blind controlled trial of phosphatidylserine in patients with senile mental deterioration. Clin. Trials. J. 1987, 24, 73-83.

15. T.H. Crook, J. Tinklenberg, J. Yesavage, W. Petrie, M.G. Nunzi, D.C. Massari. Effects of phosphatidylserine in age-associated memory impairment. Neurol. 1991, 41, 644-649

16. Caffarra, P., and V. Santamaria, 1987. The effects of phosphatidylserine in subjects with mild cognitive decline. Clin. Trials J. 24: 109-114.

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